Mai una gioia, mai.

Non che non ci sia l’abitudine da queste parti a essere in minoranza, ma questa volta ero convinta che ci sarebbe stata una vittoria discreta, con uno scarto al Senato colmabile con i senatori di Monti, che si sarebbe fatto un Governo e che, infine, avremmo continuato con politiche attente sì agli equilibri europei ma soprattutto attente a quelli sociali e alla necessità di ripresa di economia e consumi.

Non mi dilungherò molto sul perché e il percome, è facile: la campagna elettorale è stata fatta tutta sulle difensive perché l’idea sacrosanta di non raccontare panzane, unita a uno stile un po’ troppo sobrio e rassicurante, hanno fatto sì che non riuscissimo a rappresentare una porzione troppo ampia della nostra base sociale: da una parte la rabbia di molti, dall’altra il bisogno di freschezza e rinnovamento della politica. Ci siamo rivolti ai cervelli e non alla pancia e al cuore. Non sono stati segnali sufficienti o sufficientemente spesi il grande rinnovamento nelle nostre liste e la forza del nostro programma. Abbiamo perso il vantaggio accumulato durante le Primarie e alcune Regioni fondamentali hanno scelto di premiare Berlusconi. Premiarlo di che, lo sanno solo loro.

Bene, detto questo, si è sbagliato e si è sbagliato tutti. Anche quelli che oggi gridano che se c’era qualcun altro ce l’avremmo fatta, anche quelli che oggi prendono le distanze perché qualcun altro ha sbagliato, non loro. Eppure loro, quasi tutti, hanno passato più tempo a evidenziare le debolezze che a valorizzare ciò che andava valorizzato. Son quelli che oggi sottolineano che c’è qualcuno nel PD che dice che si potrebbe fare l’alleanza col PDL, non importa che siano 2 o 3 su migliaia, non importa che così confondiamo la nostra base, importa il loro disagio, la loro frustrazione.

Per chi ha votato Renzi alle primarie io posso anche capirla questa frustrazione, ma se fossi un renziano, in questo momento, credo che gli farei un grande favore non tirandolo continuamente in ballo, perché sappiamo bene tutti, lui in particolare, che prima o poi ci sarà un’altra occasione e che in quel caso dovrà rappresentare tutto il PD e anche di più, quindi le faide interne gli giocano contro, oggi come non mai. Di Renzi dalla Primarie in poi non posso che dire bene, è stato coerente e ha dato una mano.

Ma tant’è. Oggi, diciamocelo, abbiamo il peggiore risultato che potesse uscire dalle urne. Davvero il peggiore perché si poteva vincere nettamente o perdere nettamente e ci sarebbe stato un Governo. Oggi abbiamo la responsabilità di essere la coalizione maggioritaria senza averne i numeri. Peggio di così.

Ah sì, peggio di così c’è che ci confrontiamo con soggetti che stanno facendo ragionamenti elettorali, senza occuparsi più di tanto dei destini di questo povero Paese. Berlusconi che ci accoglierebbe a braccia aperte, tanto lui ha portato a casa già il pieno di quello che poteva raccogliere con un “partito che partiva” ridotto al lumicino, qualche mese fa. A lui conviene l’abbraccio mortale col PD, perché per il PD un’alleanza con Berlusconi sarebbe la fine. Questa soluzione io la ESCLUDO.

Sarebbe invece sensato, se non altro sull’onda di programmi che in alcuni punti possono convergere, un accordo con Grillo, il quale però gioca al massacro, mi pare evidente, dicendo che loro voteranno legge per legge ma non voteranno la fiducia e non spiegando come ci potrebbe essere un Governo senza la fiducia. L’obiettivo molto chiaro di Grillo è quello di spingerci a un accordo col PDL per fare poi il pieno di voti alle prossime elezioni. Ma non verrà accontentato.

E nemmeno l’idea che i senatori del M5S escano dall’aula al momento del voto di fiducia sta in piedi, perché in quel caso non ci sarebbe motivo per i parlamentari del CDX per non uscire e non ci sarebbe il numero legale.

Io ho una speranza, ce l’ho perché nonostante tutto sono una stupida ottimista: la mia speranza è che davvero il M5S non sia Grillo come mi hanno sempre detto gli amici che votano M5S. Che sia un movimento autonomo, di cui Grillo è una specie di testimonial. Che quei ragazzi, quasi tutti giovani, quasi tutti laureati, che siedono in parlamento per la prima volta, abbiano davvero voglia di cambiare le cose in Italia e non di tornare al voto (procurando tra l’altro un costo per lo Stato drammaticamente alto, a proposito di sprechi), e si rendano conto che l’unico modo, in questo momento, è di trovare la quadra su un certo numero di punti programmatici comuni e votare la Fiducia.

Una Fiducia per un tempo limitato, che permetta di approvare la Legge elettorale e altri provvedimenti importanti sia per l’Italia, sia per il morale e le tasche degli italiani. Poi si torna al voto, e chiunque vinca, spero in un risultato netto.

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4 mesi

Non vedo l’ora di portarlo al cinema la prima volta.
Non vedo l’ora di vederlo fare “esperimenti botanici”.
Non vedo l’ora di assistere con lui a uno spettacolo di bolle di sapone.
Non vedo l’ora di vederlo scartare i regali a Natale.
E di portarlo a cena fuori.
Non vedo l’ora di spiegargli cos’è il 25 aprile. Insegnargli il rispetto di tutte le persone e di tutte le culture. Mostrargli la bellezza delle differenze.
Non vedo l’ora di vederlo camminare.
Non vedo l’ora di leggergli una favola.
Non vedo l’ora di ascoltare i suoi discorsi.
E di sapere le sue opinioni e i suoi gusti.
Ma nel frattempo mi gusto i suoi abbracci sgarbati, di quando è sopraffatto dal latte e si appoggia alla mia spalla.
Amo i sorrisi aperti, di quando ci vede dopo qualche ora.
Amo gli occhi cinesini e le gambe cicciotte che scalciano, mentre guarda la giostra sul letto.
La quantità di cotone e pilucchi che riesce a racimolare nelle manine. Quell’insana passione per fare la pipì appena apro il pannolino.

Le sue repliche gorgheggianti rivolte alla televisione.
Amo tutti i suoi odori. Ci perdiamo ad annusarlo, ascoltarlo e guardarlo, perché così non sarà mai più.

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Cose che ho detto – 10 dicembre, Direzione Provinciale Pd

“La direzione provinciale di questa sera era stata convocata per discutere il risultato delle primarie e invece a quanto pare, il dibattito si dovrà necessariamente occupare anche di altro.

Io alcune riflessioni le vorrei fare ugualmente sul risultato perché credo che ci serva raccogliere gli spunti che ci ha fornito questa esperienza per migliorare l’istituto delle primarie, di cui, come è noto, non sono una fan per gli effetti interni che in alcune occasioni abbiamo registrato, anche se mi rendo perfettamente conto che all’esterno il più delle volte sono una parte importante della campagna elettorale.

Parto da questo concetto: una parte della campagna elettorale soprattutto per le cariche monocratiche, sì perché credo che non potremo diventare il partito che fa le primarie per ogni sua scelta, altrimenti toglieremmo del tutto valore alla tessera.

Vorrei, per esempio, che ci fosse un ripensamento del percorso di elezione del segretario del partito, soprattutto dal momento che la motivazione per cui si fecero le primarie, allora, era che il segretario del partito sarebbe stato automaticamente il nostro candidato alle primarie. Così non è stato, seppure la norma che siamo andati a cambiare nello statuto sia transitoria e non definitiva, ma ugualmente auspico che il PD possa fare un congresso dei tesserati, e che a questi sia riportata in capo la scelta del proprio segretario.

Dopo aver toccato con mano l’enorme vantaggio in termini di possibilità di esercitare la democrazia e di immagine che ci dà l’avere un partito radicato sul territorio, spero di non dover ridiscutere ancora l’importanza del tesseramento e del partito organizzato.

Abbiamo organizzato elezioni del tutto paragonabili a quelle politiche sia per prossimità che per trasparenza, verificabilità e correttezza delle procedure, con costi incredibilmente più bassi. Sono state primarie che tutti ci hanno invidiato, soprattutto, credo, gli elettori di Grillo.

Un conto poi è l’Emilia Romagna dove tradizionalmente siamo in grado di farlo, ma che questo sia stato possibile in tutta Italia è davvero eccezionale. Quindi basta, vi prego, teorizzare il partito liquido, perché col partito liquido ce li sognavamo 3mil e 100mila votanti: siamo il partito del territorio, non delle tessere, ma le tessere sono un impegno reciproco, i volontari hanno dimostrato il loro e credo che ci dovranno essere le occasioni per ricambiare.

Fatta questa premessa off topic, scusatemi, torno al tema delle primarie appena svolte.

Sorvolo sul fatto che c’erano 5 candidati credibili, brave persone, che hanno contribuito a far crescere l’apprezzamento verso tutto il centrosinistra. Anche sul fatto che nonostante non mi piaccia e non bramassi per affidargli il ruolo da leader del centrosinistra, Renzi ha evidenziato e velocizzato un processo che era già in corso da tempo nel nostro partito e nella politica in generale, di ingresso di una nuova classe dirigente e di un nuovo concetto di “candidabile” e di “incandidabile” che però lui ha erroneamente basato, almeno inizialmente, sul dato anagrafico. Non è un tema anagrafico, ma di linguaggio, di modalità, di persone. L’esperienza e la competenza non sono una variabile per la classe politica che vogliamo a rappresentarci, ma questo non significa che non possa esserci un ricambio.

Molte persone hanno dichiarato di voler dare un segnale al partito al primo turno ma che poi, quando si è trattato di scegliere in via definitiva hanno votato Bersani.

Sicuramente di fondo c’è stata la confusione tra le primarie del centrosinistra e il percorso congressuale del PD, ma in secondo luogo ci sono sicuramente molte persone del PD, che vogliono bene al PD e pensano che Bersani possa essere un ottimo Premier, che chiedono una fase di rinnovamento importante.

Forse non era il modo giusto ma dobbiamo tenerne conto.
Questo è uno degli elementi che ha fatto sì che in molti seggi della nostra Provincia, nel lughese e nel faentino di certo perché ho avuto occasione di leggere i dati in maniera approfondita, ma credo anche a Ravenna, abbiamo assistito ad una crescita di Bersani e a una diminuzione di Renzi.

Il secondo elemento che potrebbe aver influenzato questo cambiamento è il tormentone che ha caratterizzato la settimana tra il 25 novembre e il 2 dicembre, quello delle regole.

Chi di noi ha lavorato in un seggio in queste primarie, e forse anche chi non ci ha lavorato, ha ben chiaro che le regole di queste primarie, erano di una complessità eccessiva, probabilmente per garantirne un corretto svolgimento, ma sicuramente si può far di meglio.

Tuttavia io credo che non derogare alle regole sia stata una scelta del tutto vincente. Non è il momento di dare l’idea che le regole sono una variabile. La serietà del PD è anche questa, nel non cambiare i riferimenti in corsa e l’affidabilità riconosciuta al segretario sta anche in questo.

E ancora, le parole d’ordine di Bersani erano onestà, lavoro e giustizia sociale. Ebbene in una recente ricerca di SWG, si evidenzia come i valori personali degli italiani negli ultimi 10 anni vedano una classifica che passa da “famiglia” “salute” “amore” “amicizia” e “lavoro” a “onestà” al primo posto, “famiglia” al secondo, e a seguire “giustizia”, “lavoro” e “rispetto”. Ora, intendiamoci, gli italiani purtroppo sono sempre quelli che in numero ancora troppo rilevante non pagano le tasse, non fanno gli scontrini, lavorano o assumono in nero, ma questa è la loro scala di valori dichiarata e questo è quello che chiedono a chi li rappresenterà in parlamento.

Onestà, giustizia e rispetto nelle prime 5 posizioni.

Salto di palo in frasca per fare presto, mi scuserete.

Un altro esame interessante è l’influenza del web, in Italia. Ancora relativamente poca dal punto di vista del “far cambiare opinione” in queste primarie, molta dal punto di vista del circolare delle informazioni, che vanno quindi monitorate, intercettate se scorrette e rimesse in rete. L’informazione passa moltissimo dal web oggi. Una notizia che ha qualche ora non è più una notizia, e i quotidiani cartacei pubblicano solo notizie che hanno come minimo qualche ora. E di una notizia si legge il titolo e le prime righe.

Leggevo recentemente che, se sulla televisione il tempo di fermata dello spettatore è in media di 30 secondi, sul web ci si ferma in media 10 secondi per pagina. Questi non sono elementi ininfluenti per impostare la nostra prossima campagna elettorale.

La carta sarà sempre di più il luogo dell’approfondimento, ma l’approfondimento è materia di una minoranza della popolazione. Tv e web sono il non- luogo strategico da cui passa l’informazione di massa, soprattutto per una fascia di età per noi in buona parte da conquistare.

Non siamo mai stati così forti e così vicini a governare l’Italia, non dobbiamo sbagliare.

Lo penso a maggior ragione dopo la ridiscesa in campo di Berlusconi, che non voglio credere possa ritrovare la fiducia di un buon numero di elettori di centrodestra. Di certo le borse e in generale l’Europa non l’hanno presa benissimo.

Dall’alleanza con Berlusconi credo che anche la Lega non possa riconquistare i voti perduti. Il nostro avversario è il qualunquismo, in ogni sua forma, il populismo, il nostro avversario è l’ingovernabilità del Paese. Io credo che la nostra campagna elettorale dovrà dimostrare che siamo noi il partito della giustizia sociale, della cultura europeista, del lavoro e anche dell’innovazione e del rinnovamento. Su questo, ripeto, non possiamo sbagliare questa volta.

Dovremo essere noi il partito che contrasta la “soluzione grillina” che in questi giorni sento invocare anche a tanti elettori del centrodestra, perché la ridiscesa in campo di Berlusconi rafforza la loro posizione di alternativa a una classe politica che già c’era. Con slogan che non tengono affatto conto che non siamo tutti uguali e che tra governare e essere all’opposizione, come lo siamo stati noi per anni, c’è una certa differenza.

C’è molto da lavorare e ci è richiesta una forzata sobrietà, dato che non possiamo promettere ciò che non sarà possibile realizzare al Governo e un impegno fuori dal comune, per mantenere i nostri elettori e convincere gli indecisi. Farlo in questo momento è una sfida durissima, ma proprio adesso abbiamo bisogno della politica, per riequilibrare i sacrifici, per riportare in primo piano i temi che per un governo tecnico non sono il primo punto all’ordine del giorno: il welfare e la sanità, il lavoro, i diritti, che sono stati accantonati per 20 anni, accanto a un impegno che ci faccia finalmente passare dal rigore dei tagli a una fase di reale ripresa economica.”

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Da oggi siamo anche su donnamoderna.com

Siamo, dico, perché nei post che verranno pubblicati parlerò di me, di Tobia, di Matteo e di tutte le cose che abbiamo imparato da quando siamo in tre.
Trovi i miei post qui, nella sezione bambino.
Mi piacerebbe anche avere qualche riscontro: ti piacciono o non ti piacciono i post? Sono utili o inutili? Di cosa vorresti sentir parlare?
Attendo commenti, di qua o dillà!

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Succedeva il 6 agosto (SPOILER: finisce col racconto del parto, fate le vostre valutazioni)

Il 6 Agosto avevo scritto questo articolo sui primi mesi della gravidanza, pensando che dopo pochi giorni sarei andata in maternità e avrei avuto un sacco di tempo per raccontare dei mesi successivi, e poi del parto e delle prime settimane, etc.. etc..
La data prevista per il parto era il 25 settembre, quindi il 10 agosto, quando sono andata a fare un controllo per la pressione troppo alta e sono stata ricoverata 4 giorni, non pensavo che fossimo vicino al giorno X.
Infatti a ferragosto me ne stavo su un divanetto in spiaggia, leggendo riviste, quando ho sentito un rivolo d’acqua scendere lungo le mie gambe e sono stata presa dal panico. Non potevano essere le acque, era troppo presto, quindi forse un altro effetto indesiderato della gravidanza: farsi la pipì addosso? Nel dubbio sono corsa sotto la doccia, confondendo così molto le cose e poi sono andata da Matteo a dirgli che forse dovevamo andare in ospedale. Tralascio le telefonate alle amiche per farmi spiegare com’è quando si rompono le acque e il passaggio a casa per una ulteriore doccia, all’ospedale mi confermano che il travaglio è partito e tutto quello che si può fare è “tirarla lunga”, dato che sono solo a 34 settimane.
Mi sottopongono alle terapie previste (cortisone e antibiotico) e la notte passa tra monitoraggi e contrazioni ogni 15/10 minuti, sopportabili. Chiedo se è possibile incontrare l’anestesista per l’epidurale e mi dicono che entra in servizio alle 9 del mattino dopo. Ci conto. Troppo. Alle 8 di mattina l’ostetrica che entra in turno mi visita e mi dice che sono a 5 cm, chiama tuo marito e andiamo in sala parto.
Si chiama Valentina, l’ostetrica, avrà sì e no 30 anni, e lungo il corridoio, mentre ci dirigiamo in sala parto, le dico: “Senti, io ho fatto in tempo a fare 3 lezioni del corso preparto, come funziona qui la cosa?”, lei alza un sopracciglio e mi guarda perplessa, poi dice qualcosa tipo che saprò cosa fare al momento giusto.
All’inizio sembra tutto così tranquillo: una bella sala parto, una ostetrica sorridente, contrazioni ogni 8 minuti.. ecco appunto, verso le 9 mi fanno una flebo di ossitocina per velocizzare le contrazioni “Sennò lo fai stanotte”, e parte il delirio.
Quello che Matteo poi definirà “come vedere di nuovo l’esorcista”, è tutto quello che accade dalle 9 alle 12. Matteo, che ha anche provato a sostenermi e accarezzarmi, è stato rispedito in un angolo con un “Sono felice che tu sia qui, ti amo, ma NON MI TOCCARE. Stai seduto lì”. Ogni tanto lo guardo e lui è li con la testa tra le mani, poverino.

ATTENZIONE: IL CONTENUTO DI QUESTO POST NON E’ ADATTO ALLE DONNE GRAVIDE E AI BAMBINI SOTTO I 14 ANNI.

Le contrazioni si fanno più frequenti e Valentina, da me sollecitata in modo sempre più insistente, mi spiega che devo spingere quando sento che devo spingere, un po’ di basi di respirazione e con le braccia devo tirare indietro (questo me lo ricordo bene perché nei giorni successivi ho avuto talmente tanto male da non riuscire a prendere in braccio il bambino).
Le spinte, quando arrivano, sono 2 o 3 ogni contrazione, le contrazioni durano un minuto ogni 2 o 3 minuti. A freddo penso di aver fatto almeno 70 spinte. Per questo odio visceralmente tutte quelle donne che dicono “tre spinte ed era fuori”. Ma chi sei, il tubo della posta pneumatica della coop?
Durante queste interminabili tre ore credo di aver chiesto mille volte a Valentina quanto mancava, cosa dovevo fare e se potevo fermarmi lì. Per un secondo è scomparsa per andare in bagno, lasciando il posto alla collega Chiara, e io ho colto l’occasione per fare anche a Chiara le stesse domande.
Ricordo che a un certo punto è entrata anche una dottoressa, che invece che darmi le risposte che volevo, ha constatato che ho una voce potente. Presumo che i vicini di casa del Santa Maria delle Croci si siano lamentati.
Dopo aver appurato che stavo in una situazione senza ritorno, ho gridato molto, mi sono disperata, poi ho deciso che avrei spinto così forte da rivoltarmi come un calzino e nonostante questo ci ha messo comunque un sacco, ma è nato. “E’ moro”, ha detto Valentina.
I secondi dopo l’espulsione sono un misto tra sollievo e ipersensibilità al dolore. Vedevo frenetiche operazioni su Tobia da parte delle ostetriche e della pediatra e attendevo di vederlo, ma soprattutto, lo dico con tutta l’onestà che posso, di andare a letto a dormire, per tanto, tanto tempo.
Quando mi hanno portato Tobia sapevo che avrei visto un bimbo che aveva sofferto parecchio il parto (solo dopo mi hanno detto che un bambino più grande di Tobia non sarei riuscita a partorirlo, per le dimensioni del mio bacino), un bimbo prematuro. In effetti era un mostriciattolo, e, senza offesa, era identico a mio fratello (cosa strana perché ora non gli somiglia penniente). Ho commentato: “Che bruttino, ma lo teniamo lo stesso”.
Il 16 Agosto, alle 12.09 nel mio primo giorno di maternità flessibile dal lavoro.

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Pregnancy Chronicle. Attenzione: questo articolo e i successivi potrebbero tediarvi orribilmente.

Mi rendo conto che siete già tempestati di racconti di amici e parenti che senza dubbio desiderano raccontarvi ogni particolare della loro gravidanza, del loro “travagliatissimo” parto, che desiderano socializzare i progressi del loro bambino prodigio. Un po’ mi vergogno, ma sento che se non salverò il ricordo di quello che mi sta succedendo ora, scrivendolo qui, probabilmente tra qualche anno ricorderò solo una piccola parte di tutti questi dubbi, pensieri, dettagli.
Per quello che riguarda gli otto mesi trascorsi credo che sarà facile ripercorrerli tramite i vari status twitter e facebook che ho pubblicato. Per il mese (e mezzo?) a venire, sarà il bello della diretta.

Partiamo dall’inizio.

L’inizio inizio. E’ stato un esatto anno fa, quando ho scoperto di essere incinta per la prima volta. In quel momento nessuno mi aveva detto quanto è alta la percentuale di prime gravidanze che si interrompono subito, nessuna mi aveva detto “è successo anche a me”, come poi è capitato tantissime volte nelle settimane successive. Un aborto spontaneo è una cosa a cui nessuno è preparato, soprattutto se sei tutto immerso nella felicità della notizia. Forse perché appunto si tende a non parlarne, come se fosse una malattia o una umiliazione: circa il 35% delle gravidanze termina con un aborto spontaneo, in larghissima parte nelle prime 12 settimane. Il tutto al netto delle gravidanze non rilevate, perché non è calcolabile la quantità di gravidanze vissute come un semplice ritardo del ciclo. Probabilmente, aggiungendo queste, saremmo molto vicini al 40%.
A sette settimane questa prima gravidanza è finita dopo una lunga serie di segnali negativi e di ecografie poco rassicuranti. E’ finita in modo anche traumatico perché il giorno del fatidico raschiamento è stato anticipato da una brutta emorragia. Nemmeno a questa ero preparata e non nascondo che per qualche ora ho creduto (stupidamente) addirittura di poter morire.
Dopo quel giorno, tra lo strazio di avvisare le poche persone a cui avevo detto incautamente di essere incinta e i miei (nostri) pezzettini da raccogliere e rimettere insieme, mi sono molto documentata, ho capito che non avevo colpe e che sono cose che succedono. Documentarmi mi ha fatto bene, parlarne mi ha fatto bene.
Vorrei che tutte le coppie e le singole persone che programmano una gravidanza sapessero quanto è comune l’aborto spontaneo, soprattutto la prima volta, quanto non sia un fallimento ma semplicemente la natura, il corpo non pronto, l’embrione non sano.
Poi a volte i problemi sono più complessi, ma nel mio caso non era così, fortunatamente, e dopo 4 mesi il fatidico test sarebbe stato di nuovo positivo.

I primi mesi, gli orribili primi mesi:

“Oggi, al Pronto Soccorso ostetrico, mi hanno proposto la carta fedeltà..” 10 Aprile 2012

Sì certo, sei felice, sei emozionata, però i primi mesi sono davvero uno schifo. Non ti reggi in piedi, hai le nausee, hai sonno, non senti niente e quindi non sai se va tutto bene. Interpreti ogni segnale come un possibile problema. I primi mesi durano un’infinità. Il 10 Aprile del 2012, già in pieno quarto mese, facevo frequenti capatine al pronto soccorso ostetrico.
I primi 4 mesi sono durati un’infinità. Le prime 12 settimane una vita. Poi finalmente son finiti. In una evoluzione darwiniana del genere umano proporrei di saltarli.

“E’ già iniziata quella cosa che mi toccano la pancia, io per farli sentire molto a loro agio commento: “hai toccato 2/3 grasso e 1/3 bambino”.” 17 Aprile 2012

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Desperate housewife

Da sabato scorso abitiamo in questa casa “nuova” per noi: abbiamo internet ma non abbiamo la luce, abbiamo i muri colorati, ma abbiamo quattro mobili in tutto.
Però siamo contenti. Matteo si sveglia la mattina e comincia a dire “Che bel letto che abbiamo”, “Che bella casa che abbiamo”, “Che bella cucina che abbiamo”, cose così, e io son molto felice di vederlo soddisfatto.
Il quartiere è tranquillo, si sentono persino gli uccellini alle 5 (cinque) di mattina e in casa entrano i millepiedi e altri animaletti di vario genere (porcatrota).
Solo a questa cosa dei vicini, non ero preparata, perché prima stavo in un condominio e quelli che conosci li conosci, con gli altri ci si ignora un po’.
Il tutto è cominciato un po’ di giorni fa quando ho ricevuto una telefonata in ufficio da un conoscente che mi dice “Ma tu hai comprato una casa in via xxxx n. x?” “Sì perché??” “”Di fianco a te ci abita mio fratello!” (“sì ma come fate a sapere che io abito li?”).
Poi vado in una pizza asporto, mi viene incontro un signore puntandomi il dito e dice: “Lei è la mia vicina di casa, lo sa?” (“No, cioè, ora sì..”).
Poi al Brico per prendere dei feltrini e fuori incontro un altro vicino che mi saluta e dice “Ti sono arrivati dei mobili oggi, eh!”.
Infine pare che ieri, mentre io non ero in casa, abbia suonato la postina che voleva entrare a presentarsi, e “vedere la casa”.
Siamo pronti per la versione italiana di Wisteria Lane.

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Il trasloco

Butterò via tutto. Nella casa nuova non voglio portarmi tutte queste cianfrusaglie. Questi ricordi sotto forma di oggetto che non contano niente perchè il ricordo è dentro di noi.
Certo però che questo scontrino del ristorante cinese del 2007 e della Taverna Greca di Zante, vuoi non tenerli?
E questa piramidina di ambra? E il Gufo portafortuna? E la scatolina di vimini che mi hanno portato i bambini? Questo maglione infeltrito, metti che una volta mi serva qualcosa da mettermi in casa? E i caricabatteria dei motorola e dei nokia? Sai mai che un giorno tornino in auge.
Il portacd a forma di lisca di pesce potrebbe sempre servire. Del resto anche il salvadanaio a porcellino.
AIUTO.

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The Capobiancos

Prima di convivere con Matteo non mi ero mai resa conto di quanto fossero evidenti, in lui, le caratteristiche della sua famiglia. Forse anche perché ho conosciuto meglio la sua famiglia proprio da quando lui è in Italia e una cosa che salta subito all’occhio è che lui e il padre, allo stesso identico modo, tendono a vedere prima il lato negativo delle cose, il bicchiere mezzo vuoto, il fatto che se c’è quiete, è perché sta arrivando sicuramente una tempesta.
Per questo alle 7 della domenica mattina Matteo si sveglia e le sue prime parole sono: “E’ già finito il week end…”. Quando andiamo in giro e azzardo un “ti piace questo posto?” mi risponde “Beh, sarebbe meglio essere a casa, però..”
A chi gli chiede come vada il nuovo lavoro, lui risponde: “Certo, sarebbe meglio non dover lavorare, comunque va bene (..)”. Io rischio di impazzire con quegli incisi li. Vorrei saltargli al collo e, prima di ucciderlo, chiedergli perché non c’è mai una volta in cui possa evitare di premettere il lato negativo della cosa.
Non sapevo però che non eravamo ancora all’apice, raggiunto pochi giorni fa con il seguente dialogo tra Matteo e la madre:
Madre: “Allora, sei contento di diventare papà?”
Matteo: “Beh c’è da dire che siamo poveri..”

(poi, utilizzando per una volta una frase materna invece che paterna, ha aggiunto: “..però dove mangiano in due mangiano anche in tre.”)

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Rovinafamiglie

Nel bel mezzo di un mercatino di Natale di una cittadina della Svizzera Italiana, passeggiano due nonni e spingono con travasi di orgoglio la carrozzina della prima nipote di 3 mesi, imbacuccata in una trapuntina rosa da cui spunta solo un perfetto nasino all’insù. A codazzo la figlia maggiore, madre della pupa, il figlio minore e i rispettivi compagni, leggermente defilati.
Io, nel ruolo di compagna del figlio minore, fingo sempre di essere distratta da un qualche prodotto delle bancarelle perché per me, oggi, tira una brutta aria.
E infatti, ciascuna delle molteplici tappe di presentazione ai compaesani della nuova arrivata, è accompagnata da frasi di questo tipo “Questa è Sofia, quando è arrivata è stata una grande gioia, poco prima del grande, grandissimo dolore della partenza di Matteo, che va via, in Italia.” Seguono facce sconcertate dei paesani (di cui solo un’infima percentuale parla in ticinese), alla parola “Italia”. Gente che probabilmente si ricorda l’Italia del dopoguerra e immagina Matteo in piena notte a dover uscire di casa per andare nel bagno in cortile, suppongo.
Alla fine della lunghissima via del mercatino, quando già pensavo di essere salva, si avvicinano due signore, a cui tutti vanno incontro con saluti di un’ottava più alti (quindi, immagino, siano grandi amiche). La più anziana delle due mi individua da lontano, anche se mi fingo turista giapponese e scatto foto a destra e a manca con l’iphone, viene verso di me e proferisce le seguenti parole: “Perché, perché ce lo porti via?”.
Raccontano testimoni che una foto della mia faccia, in quel frangente, non ha prezzo.

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Speriamo sia questo il Paese normale

Questa sera, a giudicare dai commenti su internet, mezza Italia sta guardando la conferenza stampa del Governo Monti.
Mi sento come quando da piccola, ascoltavo il discorso del Presidente della Repubblica con la mia bisnonna e le sue vicine, che di televisioni ce ne era una in tutto il condominio. Un condominio vecchissimo, in pieno centro a Bologna.
Io allora non capivo quasi niente ma mi sembrava una cosa molto solenne a cui era meglio stare attenti e zitti. Mi sembrava una cosa seria e importante, del resto, quelle vecchiette che commentavano ad alta voce tutti i programmi televisivi, davanti a questo stavano zitte.
“Il Presidente della Repubblica quindi è più importante di Mike Bongiorno” era quello che pensavo allora. E con quel rispetto per le istituzioni io ci sono cresciuta e ci ho creduto, fino a qualche tempo fa.
Poi sono venuti i buffoni, gli arroganti, quelli che hanno lavorato per loro, quelli che si facevano pagare le donne, quelli che usavano l’aereo di Stato per i fatti loro, quelli che hanno portato una grande potenza economica sull’orlo del baratro, quelli che facevano il dito e le corna, che dicevano le barzellette e le battute volgari.
La conferenza stampa di stasera, può non avermi convinto in tutti i contenuti, ma lo sapete da quanto non sentiamo dei contenuti? Lo sapete da quanto non sentiamo un Ministro che spiega una manovra con chiarezza? Certo, sarà durissima, certo, speravo in una patrimoniale, certo, l’iva non aiuta i consumi, certo, le pensioni. Ma potevamo pensare di chiedere a questo gruppetto di professori di salvare l’Italia, accontentando al contempo tutti? Impossibile. E a me già pare un grande risultato così.
Ve le ricordate le conferenze stampa di Berlusconi? Quelle in cui si parlava di giudici comunisti e di complotto? Vi ricordate la manovra di agosto? Quando proponevano una cosa per vedere l’effetto che faceva, poi la ritiravano, poi ne proponevano un’altra. Sembra passato un secolo, sono passati 17 giorni. Troppo poco, come ha ricordato il Ministro Giarda, forse con due mesi di tempo in più avrebbero potuto fare di meglio.
Io ora chiedo al mio partito, che si trova responsabilmente a sostenere il Governo, di cercare di migliorare qualche aspetto della riforma, ma di non indugiare a votarla. Non sarà di certo l’ultima, ma di certo deve essere velocemente la prima.
E finalmente provo a sperare che il Paese normale non sia quello che c’era prima, come ammetto di aver temuto, ma questo qui, dove un Presidente del Consiglio si pone il problema di non fare condoni, di fare un gesto simbolico che riguarda la sua indennità nel chiedere sacrifici agli italiani, di puntare su interventi per il recupero dell’evasione. Dove un Presidente del Consiglio raduna mezza Italia davanti alla Tv ad ascoltarlo, perché è un momento solenne, serio e importante.

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Romagna for dummies

Adesso amore mio voglio raccontarti di cose della Romagna e dei romagnoli, te le voglio raccontare così ti prepari per quando sarai qui anche tu.
Una delle cose che plasmano di più il carattere dei romagnoli, tu penserai che è il sole o il mare, e in effetti un po’ è così, ma io, fra tutte le influenze più profonde, di certo considererei la nebbia.
Che adesso la nebbia non c’è tantissimo come quando ero piccola io, ma, allora, tutte le sere d’inverno, d’autunno e a volte anche di primavera, c’era la nebbia.
Me lo ricordo perché quando avevo la panda rossa, a 18 anni, andavo in discoteca ad Alfonsine il venerdì, e col fatto che la Panda faceva del fumo dal bocchettone del riscaldamento, c’era nebbia in macchina e nebbia fuori e un sacco di volte al curvone di San Bernardino ho tirato dritto lungo la stradina sterrata. E per fortuna che con la panda si andava piano, ma piano piano eh. Andava piano ma io arrivavo sempre a casa che puzzavo di olio bruciato, ma vabbè, questa è un’altra storia.
La nebbia è di due tipi: c’è la nebbia fitta fitta e c’è la nebbia a muro.
La nebbia fitta fitta ti costringe a stare molto concentrato, a essere lucido in ogni istante e a ricordare quello che con gli occhi non puoi vedere.
La nebbia muro invece è come un tuffo nel vuoto: è tutto perfettamente limpido fino a un punto preciso in cui vedi il muro di nebbia, e più ti avvicini più sei consapevole che di li a poco non vedrai più nulla. 100 metri, 50 metri, 20 metri, ti sembra quasi di schiantarti, e in fondo potresti perché se 10 metri dopo quel muro ci fosse un’auto a fari spenti non la vedresti mica. 10 metri, 5 metri bummm, sei dentro. E allo stesso modo dopo un po’ ne esci, ma è un’uscita talmente improvvisa che quasi rimani abbagliato da così tanta nitidezza, come se ti risvegliassi dal coma.
Ecco, quando vedi che vado incontro alle cose senza sapere quello che mi aspetta, considera che io a 18 anni, guidavo una panda rossa che fumava e andavo incontro a muri di nebbia, con la determinazione ostinata e incosciente del riccio che attraversa la strada, perché tanto so che prima o poi tutto sarà chiaro, limpido, abbagliante.

(si dice anche che qualche riccio ce la faccia ad arrivare dall’altra parte, solo che nessuno è riuscito a dimostrarlo)

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Vi ricordate il caso della ragazza che doveva essere operata in Italia?

Questa qui.
Bene, dopo meno di 3 mesi, la ragazza ha subito l’operazione e ora sta bene. Parteciperà all’iniziativa del 26 Novembre di cui potete leggere qui sotto:

Un sincero ringraziamento a chi ha raccolto il mio appello!

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Ma il mio partito è differente..

Oggi, la cosa più facile da fare è lasciare che altri facciano il lavoro sporco, aspettare qualche mese, mentre un governo tecnico senza colori particolari, costringerà l’Italia ai sacrifici e ci farà arrabbiare e imprecare (ma, nella migliore delle ipotesi, solleverà un po’ l’Italia da questo “baratro”), poi arrivare alle elezioni e guadagnare un po’ di voti.
Alla fine di questo periodo i partiti che avranno appoggiato questo Governo probabilmente non saranno nei sogni più belli degli italiani.
La cosa più facile è fare i puri e starne fuori.
Poi ci dovranno spiegare cosa ci stanno a fare, là, eh.

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Siparietto post manifestazione con cameo di Pippo Civati sullo sfondo

La situazione è più o meno questa: io e un gruppo di giovani attivisti del PD ravennate, ci troviamo ai margini di piazza S.Giovanni a Roma, per avvicinarci il più possibile alle strada da cui, al termine del discorso conclusivo di Bersani, dovremo defluire e arrivare alla metropolitana del Colosseo, prima che ci arrivi tutto il resto della folla. Lo facciamo anche perché siamo alla guida di un manipolo di zdaure velocissime a fare i cappelletti, un po’ meno a percorrere le vie del centro di Roma con in mano bandiere, termos, borse frigo e quant’altro hanno ritenuto fosse indispensabile per la manifestazione.
Siamo dunque fermi ai margini della piazza e una di noi dice: “Sarà mica Civati quello?”. Mi giro, è Civati che si dirige veloce verso le vie d’uscita e che in quel momento si ferma per salutare o parlare con qualcuno a due metri da noi. Accanto a lui quello che poi soprannomineremo “il suo avvocato”, un ragazzo in cappotto* nero, che ci sente e dice “Nooo, è uno che gli somiglia molto”. La mia amica, non paga, solleva i due bastoni da scopa che ha in mano (aste delle bandiere n.d.a.) e lo incalza sorridendo “No perchè se è Civati gli do due bastonate”**.
A quel punto il giovane incappotato vuol sapere, vuol capire, vuole “farci ragionare” e ci chiede come mai. Noi spieghiamo che Civati ci andava anche bene, Bologna è stata una bella iniziativa, ma andare alla Leopolda, no. Non doveva dar credito a una iniziativa per noi sbagliata.
L’avvocato ci spiega “Ma voi non capite, quando Pippo è si è presentato alla Leopolda, Matteo è morto! Non ha capito più niente, non se lo aspettava, è morto!”
Nella mia mente velocissimi pensieri che più o meno riassumerei in “Cioè ma davvero questo pensa che in due giorni di sovraesposizione mediatica, programmi tv a raffica, interventi radiofonici e chi più ne ha più ne metta, Renzi sarebbe andato in crisi per l’improvvisa e inaspettata apparizione di Pippo alla Leopolda?”. La risposta a quanto pare è sì. E prosegue:
“E Bersani? Bersani doveva andare, in quel modo Renzi sarebbe FINITO” facendo un gesto significativo con le mani.
Civati a quel punto è accanto al suo amico/avvocato e gli dice “Dai, andiamo..”. L’avvocato vuole comunque concludere questa sua opera di evangelizzazione, dato che inspiegabilmente non sembriamo convinti e allora si avvicina il dito all’occhio e ci dice “Ragionate!”.
Insomma questi si fanno la guerra tra loro, dicono che sono il nuovo che avanza, sono autoreferenziali in maniera impressionante, e poi saremmo noi che dobbiamo ragionare?
Si incamminano quindi fuori dalla piazza, mentre il discorso di Bersani non è ancora terminato.
Ragion per cui, mi dico, un’oretta dopo ha scritto che l’intervento di Bersani non gli è piaciuto.
In effetti, come ti può piacere un discorso che non hai sentito per intero?

EDIT: dimenticavo, la manifestazione è stata bellissima, la piazza era strabordante di gente e bandiere, il segretario era incazzato il giusto. E’ stata una ricarica di energie positive.
NOTE:
*la persona in questione, su twitter, mi ha segnalato che non indossava il cappotto
**lo scrivo chiaramente perché non ci siano dubbi: l’atteggiamento era scherzoso e non dava assolutamente a pensare a reali bastonate. Semmai verbali.

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