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3 months ago at
12:03 .
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Buongiorno a tutti,
credo di non poter nascondere una certa emozione nell’essere qui, oggi. Conosco il grande valore che i cittadini di Giovecca danno alle celebrazioni del 25 aprile, perchè è lo stesso valore che anche io do a questa giornata. E ogni anno questa festa, invece che diminuire di intensità, assume ancora più importanza per tutti noi.
Giovecca fu sempre in prima linea, per la presenza di partigiani, di famiglie solidali con questi, di rifugi, di avvenimenti, con tante testimonianze, narrate e conservate.
E proprio per aver avuto questo importante ruolo nella resistenza della Bassa Romagna, è anche uno dei paesi più colpiti dai tentativi di revisionismo storico, da chi cerca di gettare ombre su quello che è stato, chi cerca di dimostrare che c’era qualcosa di sbagliato anche nelle lotte partigiane.
C’è chi tenta di ridimensionare il valore della festa della Liberazione, da qualche parte addirittura si nega il permesso a festeggiarla in quanto iniziativa politica, come in provincia di Brescia.
Altrove si nega la possibilità di suonare e cantare Bella Ciao, come in provincia di Treviso, perchè non è un canto “istituzionale”.
Io non riesco a non indignarmi per queste notizie. Come cittadina e anche come rappresentante di una Istituzione, il Consiglio Comunale di Lugo, Bella ciao, non sarà un canto istituzionale, ma è ormai il simbolo del movimento partigiano, della lotta di liberazione, di una intera epoca. E’ conosciuto in tutta italia, ed è altamente evocativo.
Proibire Bella ciao è un insulto a chi ha combattuto per la nostra libertà e a chi è caduto, trovando, come nella canzone, l’invasore presso le proprie case e i propri paesi.
Archiviare le celebrazioni del 25 Aprile come iniziativa politica poi, significa non considerarla una festa di tutti, ma una sorta di iniziativa di parte.
La Resistenza fu un movimento composto da tanti individui, talvolta di orientamenti politici opposti (cattolici, comunisti, liberali, socialisti, azionisti, monarchici, anarchici), accomunati, nel Comitato di Liberazione Nazionale, dall’antifascismo.
Furono esattamente queste forze a dare vita al sistema democratico italiano subito dopo la guerra, a realizzare l’Assemblea Costituente, insieme anche ad altri e scrivere la Costituzione Italiana. Ora, la data simbolo di tutto ciò, come può non essere la festa di tutti?
Ma questo dibattito, ormai è più politico che storico e oggi non è questo di cui voglio parlare. Io credo che nessuno potrà farci rinnegare un passato che ci riempie di orgoglio.
Donne di 80 anni e bambini di 6 hanno partecipato alla resistenza nella Bassa Romagna. Ciascuno per le proprie possibilità, ciascuno consapevole dei rischi. C’era un valore, un ideale, la libertà, in gioco, che prescindeva dai partiti e si riconosceva nella lotta al fascismo e al nazismo, la lotta contro un invasore che seguiva i principi del primato della razza e puniva, deportava o uccideva chiunque si opponesse a tale progetto.
Il 25 aprile è la festa della liberazione e la festa della libertà. Quando partecipiamo a queste celebrazioni ricordiamo i caduti, ricordiamo i martiri, ricordiamo i civili, ricordiamo i deportati. Li ricordiamo con tristezza, ma anche con gioia, con emozione, con orgoglio.
Ciampi, in un suo intervento sul 25 apirle disse che
“Questa non è una festa di reduci.” Disse: “Siamo qui come testimoni delle giornate che segnarono per il popolo italiano, per i popoli d’Europa la riconquista e la riscoperta della libertà: la libertà che rimane ancora oggi il bene supremo, consacrato dalla Costituzione repubblicana, della nostra nazione; la libertà che dà un senso alla vostra vita, che vi consente di sperare nel vostro avvenire; la libertà in cui oggi tutti ci riconosciamo e che tutti ci unisce”.
Leggendo i documenti dell’epoca e le ricerche successive, ci si meraviglia di quanti fossero i partigiani qui a Giovecca e nel resto della Bassa Romagna. Ma ci si meraviglia ancora di più nel leggere, tra tanti nomi maschili, altrettante donne.
Le donne organizzate nel Fronte Femminile del Santerno, le donne che nascondevano i partigiani nelle loro case, le donne che portavano le scatolette di carne ai partigiani, le donne che facevano sciopero nelle fabbriche, le donne che macinavano ogni giorno decine di chilometri in bicicletta per portare messaggi fondamentali ai partigiani, le donne che affrontavano i tedeschi con coraggio e determinazione, quando venivano fermate, magari con l’ombrello chiuso pieno di stampe antifasciste, le donne che restarono nelle case, sostituendo al lavoro gli uomini andati in guerra e quelle che curavano i feriti.
In italia, i dati dell’Anpi dicono che furono trentacinquemila le partigiane, inquadrate nelle formazioni combattenti; 20.000 le patriote, con funzioni di supporto; 70.000 in tutto le donne organizzate nei Gruppi di difesa; 16 le medaglie d’oro, 17 quelle d’argento; 512 le commissarie di guerra; 683 le donne fucilate o cadute in combattimento; 1750 le donne ferite; 4633 le donne arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti; 1890 le deportate in Germania.
Stavano lottando per i propri figli e i propri mariti, per la libertà e anche per tutte le altre donne, quelle di allora e quelle di oggi.
Dopo la guerra infatti, la figura della donna non sarebbe stata più la stessa.
In quel periodo, le ragazze, anche giovanissime, prendevano parte alle riunioni ed erano il collante essenziale tra i partigiani.
Furono la resistenza civile, senza armi, ma senza di loro il comitato di liberazione nazionale non avrebbe potuto strutturarsi nei territori.
Fu anche una importante occasione di emancipazione, perché la guerra scardinò l’ordine sociale che vi era precedentemente, e in questa situazione totalmente confusa e non ordinaria, le donne ebbero modo di conquistarsi per meriti un posto nella vita democratica delle nostre comunità, mettendoci passione e forza d’animo.
Il 2 Giugno del 1946, poi, votarono per la prima volta alle elezioni politiche italiane, e 21 di loro furono elette nella prima Assemblea Costituente.
Sono orgogliosa di queste donne, e credo di doverle ringraziare per quello che sono e per quello che posso essere, per il voto, per la costituzione e per la mia libertà.
Chissà se oggi io sarei qui, a parlare, se queste donne e questi uomini non avessero fatto così tanto, se non avessero rischiato la vita continuamente, senza un interesse personale, ma per tutte le persone che erano state soggiogate dal nazifascismo.
C’è questo concetto che traspare dalle parole di tutti i testimoni dell’epoca, che è forse quello che oggi è il più sbiadito, il più difficile da incontrare nella società moderna.
E’ il concetto di disinteresse. Quelle persone hanno agito nel pieno disinteresse personale. Generosamente.
Non hanno pensato al rischio di morire, di perdere o lasciar soli famigliari, mogli, figli. Non hanno pensato all’interesse proprio perchè altrimenti si sarebbero schierati dalla parte del più forte, dalla parte di chi aveva in mano il potere, di chi manteneva il controllo con arroganza e violenza.
Io oggi vado cercando questo valore e fatico sempre più a trovarlo. Siamo spesso circondati da persone che agiscono in funzione di un proprio vantaggio, del denaro, del potere, e per le quali il bene comune ha un ruolo secondario.
E’ per questo che è sempre più importante coinvolgere le scuole e i ragazzi in queste occasioni: perchè devono conoscere, respirare quello che ha mosso i partigiani, cercare di comprenderlo.
Solo in questo modo possiamo sperare che la storia della resistenza possa essere di ispirazione per il loro agire, da adulti.
Questa è una nostra diretta responsabilità: di noi che siamo i cittadini, le istituzioni, i politici di oggi. Se non saremo in grado di conservare e tramandare l’importanza di questa giornata avremo fallito in uno dei nostri ruoli fondamentali, quello educativo.
Rende felici tutti noi la notizia che l’associazione partigiani abbia raggiunto 110.000 iscritti nel 2009, e che i nuovi iscritti siano quasi tutti “ragazzi partigiani”, giovani e giovanissimi che vogliono contribuire alle cause dell’Anpi attualizzate: la democrazia e la Costituzione.
Rende invece tristi tutti noi la scomparsa, di pochissimi giorni fa, di uno dei più amati testimoni di quell’epoca, Adriano Guerrini.
Ieri una grande folla ha partecipato, in una giornata quasi invernale, ai suoi funerali. Era una persona amatissima, ex Sindaco di Lugo, ex Presidente della Provincia, un politico e un partigiano.A Lugo tutti lo chiamavano ancora Il Sindaco, onore che non è spettato a nessun altro ex primo cittadino.
E’ con un pensiero a lui che voglio chiudere questo mio intervento, perchè Adriano è stato per tanti il simbolo di come la passione politica possa percorrere una vita intera, senza mai esaurirsi, nemmeno quando il corpo non gli permetteva più di partecipare di persona ai fatti importanti della sua città, ha sempre dato il suo contributo con lettere e articoli sui giornali locali e su Resistenza e Libertà, ha sempre parlato con chi si voleva confrontare con lui.
Ha parlato molto alle persone giovani nella sua vita, ieri qualcuno lo ricordava come “chioccia” per le generazioni successive.
Ma come sempre, quando se ne va un personaggio come lui, il rimpianto è quello di non essersi fatti raccontare abbastanza, di non ricordare ogni parola, di aver perso un testimone eccezionale, per caratura e per sensibilità.
Confrontandomi con i miei coetanei, ricordiamo tutti la sua fermezza, il rigore, ma anche la dolcezza di quando ci capitava di incontrarlo, da giovani politicanti in erba. Adriano spesso faceva una carezza sorridendo, a mo’ di incoraggiamento.
Adriano, prima di morire, ha lasciato disposizioni per il suo funerale, fiori rossi e offerte a Resistenza e Libertà, il giornale dell’Anpi di Ravenna, che dirigeva.
Proprio su questo giornale, nell’edizione in uscita oggi in occasione del 25 aprile, c’è un suo articolo. Per alcuni sarà un colpo al cuore ma per tutti sarà un sollievo sapere che le sue parole, i suoi racconti, i suoi articoli, gli sono sopravvissuti, e resteranno sempre a nostra disposizione.
A suggello di una vita dedicata a giorni come questo.
E a noi spetta continuare su questa strada, senza incertezze e senza dare mai per scontato l’importanza di ricordare e festeggiare insieme.
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3 months, 1 week ago at
11:01 .
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Mio nonno, che ieri ha compiuto 83 anni, non è propriamente lucidissimo.
Delle volte, quando vado a trovarlo, mi vede parcheggiare in cortile e mi chiede “hai comprato la macchina nuova?” e io gli rispondo che sì, in maggio 2008, ho comprato la macchina nuova.
Alla cena del suo compleanno, ha sostenuto che comunque sarebbe stata l’ultima, dato che intendeva affogarsi nel Tratturo, un canale che scorre accanto a casa sua, e che, per quasi tutto l’anno, è profondo al massimo una spanna. L’unica possibilità per uccidersi così, ha commentato mio padre, era sdraiarsi a faccia in giù e attendere che i gamberetti di acqua dolce lo attaccassero. Uno scenario abbastanza improbabile.
Ha comunque una spiccata tendenza a pronunciare a voce alta qualsiasi cosa gli passi per la mente. Ieri sera c’eravamo io e mio fratello nel giardino di casa, in piedi, ad aspettarlo. Ci ha guardato un po’, prima me, poi mio fratello, poi di nuovo me, poi mio fratello, poi ha guardato in basso, scuotendo la testa rammaricato, e ha detto, in maniera ben comprensibile:
“eh, la mi Elena, l’è ‘rmasta znèina”*
Nonno, non sono piccola, sono diversamente alta.
(*”Eh, la mia Elena, è rimasta piccola”).
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3 months, 3 weeks ago at
14:39 .
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Oggi è uscita questa intervista al senatore Mercatali, ex Sindaco di Ravenna, della quale condivido quasi tutto. Dico quasi solo perchè faccio alcuni piccoli distinguo, ad esempio sulla carriera politica che occorre fare, secondo Mercatali, per arrivare in parlamento, che mi pare un po’ troppo lunga per non avere un parlamento fatto solo di 50/60enni, ma che in gran parte è condivisibile.
L’articolo intero è qui.
Ne copio alcuni passaggi che mi paiono particolarmente interessanti:
(…)
D: Ma quindi la ricetta è tornare al Pci o imitare la Lega, che va in giro nei mercati e alle sagre di paese?
R: «No. Dobbiamo trovare il modo di unire internet alla presenza fisica, dobbiamo metterci la faccia. Ma la cosa più importante che deve fare il Pd adesso è far crescere una nuova classe dirigente, dare spazio ai giovani. Bersani, nell’esecutivo, si è circondato di persone tra i trenta e i quarant’anni. Dobbiamo farli venir fuori. Dappertutto».
D: Be’, qui i segretari e gli assessori in effetti sono tutti piuttosto giovani, no?
R: «Sì, è vero, e io dico che noi, e con noi intendo quelli della mia generazione, a un certo punto dobbiamo ritirarci dalla politica e metterci al servizio di questi giovani. Ed è esattamente quello che intendo fare».
D: Sta dicendo che non si ricandiderà alle prossime politiche?
R: «Esatto. Non solo non mi ricandiderò, ma non andrò nemmeno a caccia di altri incarichi o nomine. Credo che dopo quarant’anni di politica, sia arrivato il momento di dedicarmi alla mia famiglia, a cui in questi anni, ho sottratto tanto tempo, proprio per fare politica».
(…)
D: Ma anche D’Alema dovrebbe farsi da parte?
R:«Certo. Veltroni in Africa, D’Alema in barca e io con i nipoti, il discorso è lo stesso. A un certo punto bisogna andare in pensione. E credo che noi, della nostra generazione, dovremmo imparare a essere un po’ più umili e un po’ più generosi. Dobbiamo metterci al servizio del progetto, ma senza pensare di essere indispensabili e che senza di noi possa andare tutto a rotoli. Dobbiamo dare una mano se e quando serve. Non fare come quelli della Dc, che restavano attaccati alla poltrona fino alla fine. Siamo in un’altra era geologica, ormai. Però, attenzione, la nuova classe dirigente deve partire dalla gavetta, non nascere come fenomeno da internet senza nessuna esperienza».
D: Come la Serracchiani, tanto per non fare nomi?
R: «Facciamoli pure, i nomi. Io credo che a trent’anni, se sei bravo, puoi fare l’assessore o il consigliere comunale e poi magari andare in Regione e poi, sempre se sei bravo, puoi aspirare a fare il Sindaco e, magari andare anche in Parlamento. Ma cosa potrà mai fare un trentenne senza esperienza in Parlamento? La formazione deve passare dal dibattito e dal confronto».
(…)
Ecco, un trentenne senza esperienza in Parlamento no, ma neanche nessun trentenne, sennò una intera generazione risulterà non rappresentata a livello nazionale, e questo non possiamo permettercelo.
Comunque bella intervista, Vidmer.